Il borghese tra storia e letteratura
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Il borghese tra storia e letteratura

Recensione

Franco Moretti, Il borghese. Tra storia e letteratura, Einaudi, Torino, 2017, 186 pp., € 24.

Franco Moretti, che insegna letteratura all’Università di Stanford (ed è fratello del regista Nanni Moretti), ha pubblicato nel 2013 questo libro in lingua inglese, poi tradotto in italiano nel 2017.

Si tratta di un lavoro denso di cultura, in cui la figura del borghese viene analizzata con uno strumento multidimensionale, dove la letteratura, la sociologia, l’economia e la filosofia, ognuna per la sua parte, cercano di dire “qualcosa” sul significato e sulle caratteristiche, nella loro prospettiva, del concetto di borghese. Siamo di fronte ad una sorta di puzzle, fatto di svariate centinaia di pezzi (tanti quanti sono le sue dotte citazioni), che Moretti ricompone con abilità, leggerezza e profondità, formando un quadro che – nelle sue molteplici sfaccettature – esprime il modello paradigmatico di borghese. Di essi, i tratti salienti, come vedremo, sono colti con “parole chiave” che evocano le caratteristiche peculiari ed i tratti distintivi dell’uomo borghese.

Ovviamente, non posso che consigliare la lettura di questo volume, il quale ha anche il merito di avere dimensioni equilibrate (il copioso materiale con il quale l’autore ha lavorato gli avrebbe consentito di scrivere un tomo di dimensioni bibliche senza alcuno sforzo, che anzi vi è stato nella sintesi efficacemente raggiunta).

Lo spirito borghese è ben descritto in Robinson Crusoe (ma, aggiungo io, forse risale nientemeno che ai quattrocenteschi “Libri della famiglia” di Leon Battista Alberti): il borghese apprezza ciò che è “utile”, persegue ciò che è “efficiente”, e si premia con la ricerca del proprio “comfort”; cionondimeno, egli è un uomo “serio”.

Per Goethe, è «felice chi fa del suo lavoro un giocattolo con cui infine sa anche trastullarsi, trasformando in un divertimento i doveri impostigli dal suo genere di vita», ma «a ogni attività, a ogni arte deve precedere il mestiere; ed esso può apprendersi solo nella limitazione. Sapere bene ed esercitare bene una cosa sola dà una cultura superiore più che sapere imperfettamente centinaia di cose».

Ma Goethe esprime anche parole di grande apprezzamento per chi tiene in ordine i propri affari, di fronte alla cui lode non posso, per la mia mentalità e la mia formazione, che aderire con goia: «Quali vantaggi procura a un commerciante la partita doppia! È una delle più belle invenzioni dello spirito umano, e ogni buon padrone di casa dovrebbe introdurla nella propria amministrazione (…). Ordine e chiarezza aumentano il piacere di risparmiare e di acquistare! Chi governa male il proprio patrimonio si trova a suo agio nell’oscurità; non ama fare il conto delle cifre di cui è debitore. Invece, a un buon amministratore, nulla è più gradito che tirate le somme tutti i giorni del suo crescente benessere. Persino un infortunio, se può sorprenderlo spiacevolmente, non lo spaventa; perché sa subito quali profitti può porre sull’altro piatto della bilancia». Aggiunge, Moretti, che la partita doppia è una delle più belle invenzioni, «per ragioni economiche, è ovvio, ma anche, e forse persino di più, per ragioni morali: perché la precisione della partita doppia costringe a guardare in faccia i fatti. Tutti i fatti, compresi – anzi, soprattutto – quelli sgradevoli».

Siamo di fronte all’esaltazione della dimensione morale dell’informativa finanziaria, diremmo oggi, ossia al cospetto del principio di realtà. Ed è interessante la notazione che, con la loro crescente dipendenza dal mercato in ogni aspetto della loro vita, le classi medie sin da metà ‘800 «dovettero imparare a tenere le loro entrate sotto controllo, e ricorsero all’aiuto dei libri contabili forniti dall’industria editoriale, che finì per lasciare la sua impronta sul resto della loro esistenza». Accadeva infatti che una signora borghese di metà Ottocento tenesse, a fianco ai conti di casa, «una sorta di registro profitti e perdite della famiglia e della vita sociale»: malattie e vaccinazioni dei bambini, lettere e regali ricevuti e inviati, serate trascorse in casa, visite fatte e ricevute.

Delle caratteristiche del borghese costituisce parte essenziale la “volontà”: «Una tenace, inflessibile e indomabile volontà è la suprema qualità britannica», si scriverà in quell’epoca…

Il volume termina con la citazione dei drammi di Ibsen, per il quale, in gran parte delle sue opere, «la miscela di immoralità e legalità è il prerequisito del successo borghese». Tema, questo, di grande attualità, sol che si pensi a concetti come l’abuso del diritto o l’elusione, o al conflitto tra “forma” rispettosa della legge e “sostanza” che va contro il suo spirito. tuttavia, quando afferma Ibsen è un’eccezione, piuttosto che una regola generale: non si dimentichi, infatti, che la grande virtù borghese è piuttosto l’onestà, la quale è tuttavia retrospettiva: «Sei onesto se, in passato, non hai fatto niente di male. Non si può essere onesti al futuro – che è il tempo dell’imprenditore». E allora, la lezione di Ibsen sta nella distinzione tra borghese e capitalista, con il conseguente riconoscimento dell’impotenza del realismo borghese davanti alla megalomania capitalista.

Alterità, questa, tra la persona del borghese e quella del capitalista, che invece non si ritrova, ad esempio, in Sombart nel suo libro sul borghese: per quest’ultimo, invece, «in ogni perfetto borghese abitano, e lo sappiamo, due anime: l’anima dell’imprenditore e l’anima del borghese, le quali, unite, concorrono a formare lo spirito capitalistico. Lo spirito d’impresa è una sintesi di avidità di denaro, amore dell’avventura, spirito inventivo e di molte altre tendenze; lo spirito borghese si compone di calcolo, circospezione, ragionevolezza ed economia».

É dunque questa, a mio avviso, la chiave di lettura di alcune criticità dell’attuale modello di economia di mercato: quando il capitalista agisce sotto i soli dettami dello spirito d’intrapresa, avendo dimenticato le virtù proprie dello spirito borghese, spesso dà vita a voli pindarici destinati allo schianto finale; ma anche quando viene meno – non ha importanza se per cause esogene o endogene, o piuttosto per entrambe – lo spirito dell’imprenditore, il borghese chiuso in sé stesso e nella sua economia parsimoniosa altro non è che il cerimoniere di un mesto movimento di un’economia che, dapprima si ferma sulla “crescita zero”, e poi è inesorabilmente destinata al declino.

Studio Marchese

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