Borsa: un corso per evitare le truffe dal papà di Robinson Crusoe

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Borsa: un corso per evitare le truffe dal papà di Robinson Crusoe

Recensione

Daniel Defoe, The Villainy of Stock-Jobbers (1701). The Anatomy of the Exchange Alley (1719), trad. it. a cura di Filippo Annunziata, Un Robinson Crusoe alla Borsa di Londra, con testo inglese a fronte, La Vita Felice, Milano, 2019, 303 pp., € 16,50.   

Il volumetto contiene due pamphlet di Daniel Defoe, noto al grande pubblico per essere stato l’autore di Robinson Crusoe, con i quali si scaglia contro gli speculatori che operavano alla Borsa di Londra a inizio ‘700. I testi sono pubblicati in italiano, con il testo inglese a fronte, il che rende la lettura stimolante, laddove si voglia prendere a prestito qualche frase da citare a tempo opportuno.

La descrizione della Borsa valori che ne fa Defoe è quella, sostanzialmente, di una bisca, in cui quelli che oggi sono comportamenti considerati reati, e che vengono severamente puniti, come l’insider trading, l’aggiotaggio, i falsi di ogni specie, e persino le truffe, all’epoca erano costume abituale degli speculatori.

Si potrebbe pensare che i due lavori abbiano quindi interesse (meramente) storico, fornendoci uno spaccato del funzionamento dei mercati finanziari nel secolo dei Lumi. Invece, non è così. Essi contengono importanti spunti di riflessione – soprattutto sul ruolo della speculazione e sull’irrazionalità di certi prezzi – che risultano particolarmente attuali oggi, in cui i mercati azionari sono in balia degli alterni umori dettati dalla pandemia di Coronavirus e molti risparmiatori e investitori, dai nervi poco saldi, si lasciano prendere dal panico di crolli repentini dei prezzi e da illusoria esuberanza per altrettanto repentini e mirabolanti rimbalzi dei corsi azionari.

In questo periodo, le operazioni di prestito titoli (ossia i titoli presi a prestito per venderli allo scoperto) sono aumentate significativamente, determinando divergenze anche sensibili tra il valore intrinseco delle azioni e i prezzi che, istante dopo istante, il mercato esprime sui monitor di Borsa. Divergenze, tuttavia, che è assai difficile cogliere per i piccoli risparmiatori, perennemente illusi – se non a livello conscio, quasi sempre a livello inconscio – che quel numero che leggono sul video o sul giornale (il prezzo), rappresenti sempre e comunque un affidabile indicatore del valore del titolo.

Leggete qui, ad esempio, cosa scriveva Defoe nel 1701: «È davvero impossibile sostenere che le azioni abbiano potuto al contempo riflettere guadagni e perdite, con variazioni repentine superiori al 10%, né si può addurre alcuna ragione per il loro rialzo e ribasso, se non la speculazione condotta dagli stock-jobber. In funzione del numero dei compratori e dei venditori (che è sempre in loro potere influenzare a loro piacimento), il prezzo oscilla secondo le loro macchinazioni, sale e scende come loro aggrada, senza alcun rapporto con il valore intrinseco dei titoli».

In un gioco di speculazione di tutti contro tutti, senza alcun ritegno morale, «i jobber speculano contro i loro amici, e questi uomini speculano contro i jobber, qui sharpat sharpabitur, latino di Exchange-Alley» (latino maccheronico che si può tradurre con “chiunque imbroglia, prima o poi sarà imbrogliato”).

Ma Defoe se la prende anche con coloro che speculano con denaro altrui, come i tesorieri delle banche o, diremmo oggi, i gestori dei fondi speculativi: «Sarebbe difficile definire onesto colui che mette a rischio denaro non proprio, o più denaro di quanto non sia in grado di ripagare con mezzi propri. Ma, se è disonesto giocarselo (ossia, perderlo al gioco), è ugualmente disonesto utilizzarlo a tal fine, che esso vada perso o meno, perché, in tal caso, colui che mette a rischio più di quanto non possa ripagare, fa sì che il suo padrone corra un rischio maggiore di quanto egli stesso corre; o, meglio, il suo padrone corre un rischio iniquo, perché – se il denaro viene perso – è denaro del padrone mentre, se vi è guadagno, è il servitore che guadagna».

Studio Marchese

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